LA NUOVA MAPPA DELL’EBRAISMO ITALIANO
Non s’era mai visto un ministro (nella fattispecie D'Alema) rivolgersi alla comunità ebraica del proprio Paese accusandola di non prendere a sufficienza le distanze da Israele. Contestualmente, e sempre più spesso, spezzoni di ebraismo protestano perché - vero o falso che sia si sentono colpiti offesi amareggiati da un esponente politico, da una frase, da un gesto, da un servizio giornalistico...
Ma di che cosa parliamo quando parliamo di ebrei italiani? Per i più è sinonimo di persecuzione, leggi razziali, o di conflitto mediorientale. Al massimo di storielle e canzoni yiddish del bravo Moni Ovadia. È questione di numeri? Forse, neanche 35mila. Certamente non è l'America dove la scrittrice Nicole Krauss, passeggiando per New York, trae ispirazione «da un vecchio impegnato nei suoi esercizi esoterici, da un guanto solitario caduto al centro di un marciapiede innevato, da un ebreo ortodosso con indosso uno shtremel...». Uno shtremel? Ed ecco il traduttore che cura per l'Espresso il racconto ag¬giungere in nota: «cappello di pelliccia che indossano gli ebrei nelle festività religiose». Come dire: lì è cultura condi¬visa, qui non sappiamo ciò di cui stiamo ragionando. Peccato che gli ebrei a Roma ci siano dal 168 a. C. -la comunità fuori Gerusalemme più antica del mondo. Le generazioni si sus¬seguono e mutano, come racconta Lia Tagliacozzo in Melagrana (Castelvecchi). Ora è la stagione di «quelli venuti dopo»: dopo la Shoà, appunto, dopo la nascita dello Stato di Israele, dopo la cacciata e la fuga a migliaia dai Paesi arabi, dopo la caduta del comunismo. E, aggiungo io, dopo figure come Tullia Zevi, Elio Toaff, Amos Luzzatto che hanno impersonificato l'Italia ebraica risorgimental-resistenziale dal dopoguerra a ieri. Quelli che - per dirla con l'onorevole ulivista Lele Fiano - «la scelta antifascista resta tutt'ora uno dei modi di essere ebreo».
Le cifre rimangono, appunto, sempre le stesse, da decenni: solo che diminuiscono gli autoctoni e aumentano gli immigrati con nuovi riferimenti cultural-identitari internazionali. «21 comunità, circa 35mila individui, più della metà a Roma e Milano», elenca l'avvocato Renzo Gattegna, neo-presidente dell'Ucei (Unione comunità ebraiche italiane), eletto alla fine di un lungo confronto tra «destra» e «sinistra», erroneamente definite «i religiosi» e «i laici». Invece la fede c'entra poco. Appartenenza è identità. Gattegna: «La mia identificazione con l'ebraismo è forte, profonda, costante, parte essenziale della mia formazione e della mia morale. Ne sono orgoglioso perché i principi fondanti dell'ebraismo consentono di viverlo con intensità ed essere fortemente inserito nella società civile». E le polemiche che si moltiplicano? «Il coinvolgimento forte nel dibattito è il frutto del riconoscimento del ruolo che abbiamo svolto in Italia, punti di riferimento dei valori di democrazia, tolleranza, rispetto nei confronti di tutti e in particolare delle minoranze». E le risse sui giornali e in piazza? «Le Comunità sono apartitiche, poi ogni singolo cittadino ha le sue idee. Non mi sembra appropriato chiederci di fare pressioni, criticare e ingerirsi nelle scelte di uno Stato sovrano quale è Israele. Chiaro.
Se questa è la teoria dell'Istituzione, la realtà quotidiana è altra. Gli «ebrei di piazza» di Roma, per esempio, orgogliosi di essere gli unici romani veramente tali essendo lì da 2000 anni, pronti a gridare e a menar le mani per difendere le viuzze del Ghetto prima dai fascisti poi dalla sinistra estrema e dal filo-islamismo. È la comunità più coesa, viva, ideologicamente spaccata eppure piena di iniziative e di attività nonostante un terzo dei 15.000 iscritti sia arrivato dalla Libia alla fine degli anni '60. «Il segreto? L'attaccamento al territorio, alla piazza (il Portico d'Ottavia e dintorni, ndr), magari vivendo altrove», spiega (polemico nei confronti di chi ab¬bandona il quartiere) il vicepresidente Riccardo Pacifici. «25 anni fa avevamo tre sinagoghe, sono dodici, una sola macelleria kashèr, ora oltre dieci. Il cuore della vita giudaico-romanesca è al Ghetto: tutti lì nei momenti di lutto e in quelli di gioia». E pur se sul conflitto israelo-palestinese le posizioni si dividono drasticamente tra «pacifisti» e no, pur se «i tripolini» sono numerosissimi, a Roma l'ebraismo si sente e si vede. Per Pacifici, la forza sta nell'osservanza rituale, nella «difesa di Israele», «nel volontariato iniziato dai genitori che fondarono il servizio di vigilanza della nostra scuola ai tempi della strage di Monaco». Per Victor Magiar, libico, co-ispiratore nel 1988 del Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace, «il panorama culturale sta rapidamente cambiando: col rinnovo generazionale ci si fa più europei. Contemporaneamente noi libici siamo sempre più italiani... In Europa e in Usa sono tre le grandi famiglie dell’ebraismo: ortodossi, progressiv, riformati (a seconda del grado di osservanza dei precetti biblici, ndr). Noi siamo variegati però uniti, e questa è la nostra particolarità». Uniti nell'ortodossia all'italiana, tipo: si va in tempio al sabato però in automobile (che è proibito).
Tutti uniti o quasi. Aldo Luperini si definisce «ebreo post-moderno», è un riformato milanese (World Union Progressiv Judaism), e vede ormai girare nella sua sinagoga un centinaio di fedeli (mesi fa avevano anche una rabbinessa americana). «Quando l'agenda dell'establishment italiano ha iniziato a essere un po' integralista sulla questione dei figli di matrimonio misto e di madre non ebrea, sul cibo kashèr... le comunità hanno cominciato a svuotarsi. Questo è il dramma: l'abbandono. I numeri non sono acqua». Così i riformati guadagnano qualche spazio. Allarme? «No, il pericolo è semmai nell'indicare scorciatoie all'ebraismo e le scorciatoie, alla terza generazione, portano all'assimilazione». Lo dice serenamente il professor Giuseppe Laras, per 25 anni rabbino capo di Milano nonché presidente dell'Assemblea dei rabbini d'Italia: «C'è invece un problema che è insieme una ricchezza, il nostro ebraismo non è più omogeneo e compatto bensì fortemente diversificato». Si riferisce alle edòt (etnie) che si sono trasferite nel nostro Paese. «Rituali e mentalità differenti, ed essendo molti tragicamente fuggiti dai Paesi arabi vivono la questione medi orientale diversamente da noi».
FRATTURE SI, MA SANABILI
Grazie alla sua guida, però, le fratture non sono mai diventate insanabili e la gestione dell'ebraicità meneghina è piuttosto collegiale. Un timore rav Laras lo ha: «Quel 35% di ebrei "sommersi", stranieri ma soprattutto italiani che non frequentano né si iscrivono più alla Comunità». Laras ci tiene a sottolineare con passione che la strada per uscirne non è affatto chiudersi in se stessi. La chiusura verso l'esterno è l'accusa rivolta al migliaio di persiani residenti a Milano, comunità melting pot per eccellenza, composta da italiani (sempre meno), libici, siriani, egiziani, libanesi, ashkenaziti, israeliani, chassidìm ultraortodossi. I persiani sono presi a simbolo della non integrazione. Cerco di parlarne col loro presidente - una sorta di comunità nella comunità con tempio e rabbini -, ma Efraym Levy Azizoff (“Sono il primo nato a Milano nel '54”) declina cortesemente l'invito in un italiano poco fluente da cui emerge una sorta di grande paura: «Ci lasci fuori, prego, abbiamo tanti nemici». Mi viene in aiuto Afshin Kaboli,35 anni, ultimo dei «milanesi» nato in Iran. Responsabile-giovani del circolo persiano, spiega che il muro c'era un tempo, che ora le cose vanno assai meglio. Sarà. Fatto sta che lui stesso ammette: «Di giovani "nostri" ce ne sono sempre meno. A 18 anni partono per l'America o per Israele, è la crisi economica, e chi può se ne va». «Integrato» (fu presidente dell'Unione giovani ebrei italiani), difende la propria etnia: «Gli italiani sono poco attivi nella vita ebraica, spesso politicizzati, non vedono l'assimilazione come il nemico peggiore che ci sia». L'allusione, ovvio, è ai «matrimoni misti», che loro proprio non conoscono... I più in gamba tra quelli che a casa parlano in lingua farsi hanno pure la loro bandiera: Nuriel Roubini, scuola ebraica a Milano, master in Usa, poi consigliere economico di Bill Clinton, oggi guru della finanza mondiale.
Punto di vista opposto: «L'ebraismo italiano, inteso come cultura, pratiche, rituali, usanze, parlate, è un mondo finito». Lo sostiene il saggista David Bidussa: «Resta la lezione culturale che si può trarre da quella esperienza. Un'esperienza interessante non tanto in sé, quanto per la storia delle relazioni tra ebrei e società, per gli scambi che si sono prodotti, i processi di ibridazione che lungo un millennio si sono sviluppati. Siamo rimasti nella Storia non perché ci siamo conservati in forza della nostra esclusione, bensì perché abbiamo continuamente assorbito cose, testi, sollecitazioni. La crisi dell'ebraismo italiano dipende dalla capacità di saper tenere insieme più identità nella stessa persona. Questa è la sfida odierna. E non solo per gli ebrei». Lui che si definisce «un ebreo»: «Non "ebreo italiano" anche se la mia famiglia vive qui da sette generazioni, non tunisino (realtà geografica da cui provengo), non sefardita, alla cui area culturale apparterrei. Non c'è un modo di essere ebrei, né una ricetta per esserlo. C'è la propria storia e questa non la si decide da soli, la si fa con gli altri, specialmente con chi si oppone a te».
FESTIVAL EBRAICI SENZA EBREI
Tesi confermata dai quindici itinerari cultural-turistici pubblicati (Marsilio) da Annie Sacerdoti, napoletana che da 20 anni dirige il Bollettino della comunità di Milano. «Nonostante le deportazioni del '43 e il massiccio arrivo dai Paesi arabi, nonostante l'integrazione dell'ebraismo italiano e la sua poca inclinazione alla ritualità quotidiana, assistiamo a veri e propri miracoli del dialogo. Comunità in estinzione o di fatto scomparse rivivono di un interesse culturale incredibile». Le citazioni sono infinite: Casale Monferrato (meno di dieci ebrei) ripete con grande successo il festival Oj oj oj che dura un mese; situazione identica a Pisa (un centinaio di iscritti); a Pitigliano non esistono più ebrei ma il Pitifestival porta ogni anno migliaia di visitatori; a Trieste la rassegna «Inebrearsi» regala convegni, cinema, musica e teatro... «L'interesse del pubblico non ebraico e l'impegno degli enti locali producono, appunto, un miracolo».
Di miracoli ne vedremo altri. In Meridione, dove non esistono più comunità attive (a parte Napoli) dai tempi dell'Inquisizione. E dove, a Trani, sono «riemersi» alcuni discendenti di marrani tornati alla fede dei padri, con tanto di sinagoga ch'era stata trasformata in chiesa e di nuovo tornata Tempio. Come si vede, l'ebraismo italiano è in rapido mutamento. Anche se alcuni capisaldi della particolare «tradizione» italica resistono. Torino, per dirne uno, comunità-emblema: laica, antifascista, progressista, aperta (scuola e casa di riposo frequentati da non ebrei). Ne è giustamente orgoglioso il presidente Tullio Levi che da trent'anni partecipa alla vita del giornale Ha Keillà, fucina del Gruppo di studi ebraici - in parole povere la sinistra ebraica italiana. «La questione mediorientale e alcuni gravi errori della sinistra hanno spostato il baricentro dell'ebraismo italiano (e non solo) a destra. Ma dagli anni '80 la politica dei Napolitano e dei Fassino ci ha dato una mano a non scomparire». Sperando che non facciano la fine della sinagoga di Asti, di Casale, di decine di altre, splendide, ma ormai unicamente luoghi di memoria. «Ahimè stiamo facendo una bruttissima fine», tuona da commovente teatrante qual è Moni Ovadia: «Noi ebrei ci viviamo quasi esclusivamente in relazione con Israele, israeliani in stand by: qui è più comodo. Indifferenti al mondo, ma non siamo nella Berlino del '35, i perseguitati non siamo noi». S'indigna - lui «vecchio comunista» - e fra un raccontino e una citazione del Talmud urla: «Così si cancella uno dei capisaldi della cultura ebraica, la centralità dello straniero».
Corriere della Sera – MAGAZINE - 21 dicembre 2006
Non s’era mai visto un ministro (nella fattispecie D'Alema) rivolgersi alla comunità ebraica del proprio Paese accusandola di non prendere a sufficienza le distanze da Israele. Contestualmente, e sempre più spesso, spezzoni di ebraismo protestano perché - vero o falso che sia si sentono colpiti offesi amareggiati da un esponente politico, da una frase, da un gesto, da un servizio giornalistico...
Ma di che cosa parliamo quando parliamo di ebrei italiani? Per i più è sinonimo di persecuzione, leggi razziali, o di conflitto mediorientale. Al massimo di storielle e canzoni yiddish del bravo Moni Ovadia. È questione di numeri? Forse, neanche 35mila. Certamente non è l'America dove la scrittrice Nicole Krauss, passeggiando per New York, trae ispirazione «da un vecchio impegnato nei suoi esercizi esoterici, da un guanto solitario caduto al centro di un marciapiede innevato, da un ebreo ortodosso con indosso uno shtremel...». Uno shtremel? Ed ecco il traduttore che cura per l'Espresso il racconto ag¬giungere in nota: «cappello di pelliccia che indossano gli ebrei nelle festività religiose». Come dire: lì è cultura condi¬visa, qui non sappiamo ciò di cui stiamo ragionando. Peccato che gli ebrei a Roma ci siano dal 168 a. C. -la comunità fuori Gerusalemme più antica del mondo. Le generazioni si sus¬seguono e mutano, come racconta Lia Tagliacozzo in Melagrana (Castelvecchi). Ora è la stagione di «quelli venuti dopo»: dopo la Shoà, appunto, dopo la nascita dello Stato di Israele, dopo la cacciata e la fuga a migliaia dai Paesi arabi, dopo la caduta del comunismo. E, aggiungo io, dopo figure come Tullia Zevi, Elio Toaff, Amos Luzzatto che hanno impersonificato l'Italia ebraica risorgimental-resistenziale dal dopoguerra a ieri. Quelli che - per dirla con l'onorevole ulivista Lele Fiano - «la scelta antifascista resta tutt'ora uno dei modi di essere ebreo».
Le cifre rimangono, appunto, sempre le stesse, da decenni: solo che diminuiscono gli autoctoni e aumentano gli immigrati con nuovi riferimenti cultural-identitari internazionali. «21 comunità, circa 35mila individui, più della metà a Roma e Milano», elenca l'avvocato Renzo Gattegna, neo-presidente dell'Ucei (Unione comunità ebraiche italiane), eletto alla fine di un lungo confronto tra «destra» e «sinistra», erroneamente definite «i religiosi» e «i laici». Invece la fede c'entra poco. Appartenenza è identità. Gattegna: «La mia identificazione con l'ebraismo è forte, profonda, costante, parte essenziale della mia formazione e della mia morale. Ne sono orgoglioso perché i principi fondanti dell'ebraismo consentono di viverlo con intensità ed essere fortemente inserito nella società civile». E le polemiche che si moltiplicano? «Il coinvolgimento forte nel dibattito è il frutto del riconoscimento del ruolo che abbiamo svolto in Italia, punti di riferimento dei valori di democrazia, tolleranza, rispetto nei confronti di tutti e in particolare delle minoranze». E le risse sui giornali e in piazza? «Le Comunità sono apartitiche, poi ogni singolo cittadino ha le sue idee. Non mi sembra appropriato chiederci di fare pressioni, criticare e ingerirsi nelle scelte di uno Stato sovrano quale è Israele. Chiaro.
Se questa è la teoria dell'Istituzione, la realtà quotidiana è altra. Gli «ebrei di piazza» di Roma, per esempio, orgogliosi di essere gli unici romani veramente tali essendo lì da 2000 anni, pronti a gridare e a menar le mani per difendere le viuzze del Ghetto prima dai fascisti poi dalla sinistra estrema e dal filo-islamismo. È la comunità più coesa, viva, ideologicamente spaccata eppure piena di iniziative e di attività nonostante un terzo dei 15.000 iscritti sia arrivato dalla Libia alla fine degli anni '60. «Il segreto? L'attaccamento al territorio, alla piazza (il Portico d'Ottavia e dintorni, ndr), magari vivendo altrove», spiega (polemico nei confronti di chi ab¬bandona il quartiere) il vicepresidente Riccardo Pacifici. «25 anni fa avevamo tre sinagoghe, sono dodici, una sola macelleria kashèr, ora oltre dieci. Il cuore della vita giudaico-romanesca è al Ghetto: tutti lì nei momenti di lutto e in quelli di gioia». E pur se sul conflitto israelo-palestinese le posizioni si dividono drasticamente tra «pacifisti» e no, pur se «i tripolini» sono numerosissimi, a Roma l'ebraismo si sente e si vede. Per Pacifici, la forza sta nell'osservanza rituale, nella «difesa di Israele», «nel volontariato iniziato dai genitori che fondarono il servizio di vigilanza della nostra scuola ai tempi della strage di Monaco». Per Victor Magiar, libico, co-ispiratore nel 1988 del Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace, «il panorama culturale sta rapidamente cambiando: col rinnovo generazionale ci si fa più europei. Contemporaneamente noi libici siamo sempre più italiani... In Europa e in Usa sono tre le grandi famiglie dell’ebraismo: ortodossi, progressiv, riformati (a seconda del grado di osservanza dei precetti biblici, ndr). Noi siamo variegati però uniti, e questa è la nostra particolarità». Uniti nell'ortodossia all'italiana, tipo: si va in tempio al sabato però in automobile (che è proibito).
Tutti uniti o quasi. Aldo Luperini si definisce «ebreo post-moderno», è un riformato milanese (World Union Progressiv Judaism), e vede ormai girare nella sua sinagoga un centinaio di fedeli (mesi fa avevano anche una rabbinessa americana). «Quando l'agenda dell'establishment italiano ha iniziato a essere un po' integralista sulla questione dei figli di matrimonio misto e di madre non ebrea, sul cibo kashèr... le comunità hanno cominciato a svuotarsi. Questo è il dramma: l'abbandono. I numeri non sono acqua». Così i riformati guadagnano qualche spazio. Allarme? «No, il pericolo è semmai nell'indicare scorciatoie all'ebraismo e le scorciatoie, alla terza generazione, portano all'assimilazione». Lo dice serenamente il professor Giuseppe Laras, per 25 anni rabbino capo di Milano nonché presidente dell'Assemblea dei rabbini d'Italia: «C'è invece un problema che è insieme una ricchezza, il nostro ebraismo non è più omogeneo e compatto bensì fortemente diversificato». Si riferisce alle edòt (etnie) che si sono trasferite nel nostro Paese. «Rituali e mentalità differenti, ed essendo molti tragicamente fuggiti dai Paesi arabi vivono la questione medi orientale diversamente da noi».
FRATTURE SI, MA SANABILI
Grazie alla sua guida, però, le fratture non sono mai diventate insanabili e la gestione dell'ebraicità meneghina è piuttosto collegiale. Un timore rav Laras lo ha: «Quel 35% di ebrei "sommersi", stranieri ma soprattutto italiani che non frequentano né si iscrivono più alla Comunità». Laras ci tiene a sottolineare con passione che la strada per uscirne non è affatto chiudersi in se stessi. La chiusura verso l'esterno è l'accusa rivolta al migliaio di persiani residenti a Milano, comunità melting pot per eccellenza, composta da italiani (sempre meno), libici, siriani, egiziani, libanesi, ashkenaziti, israeliani, chassidìm ultraortodossi. I persiani sono presi a simbolo della non integrazione. Cerco di parlarne col loro presidente - una sorta di comunità nella comunità con tempio e rabbini -, ma Efraym Levy Azizoff (“Sono il primo nato a Milano nel '54”) declina cortesemente l'invito in un italiano poco fluente da cui emerge una sorta di grande paura: «Ci lasci fuori, prego, abbiamo tanti nemici». Mi viene in aiuto Afshin Kaboli,35 anni, ultimo dei «milanesi» nato in Iran. Responsabile-giovani del circolo persiano, spiega che il muro c'era un tempo, che ora le cose vanno assai meglio. Sarà. Fatto sta che lui stesso ammette: «Di giovani "nostri" ce ne sono sempre meno. A 18 anni partono per l'America o per Israele, è la crisi economica, e chi può se ne va». «Integrato» (fu presidente dell'Unione giovani ebrei italiani), difende la propria etnia: «Gli italiani sono poco attivi nella vita ebraica, spesso politicizzati, non vedono l'assimilazione come il nemico peggiore che ci sia». L'allusione, ovvio, è ai «matrimoni misti», che loro proprio non conoscono... I più in gamba tra quelli che a casa parlano in lingua farsi hanno pure la loro bandiera: Nuriel Roubini, scuola ebraica a Milano, master in Usa, poi consigliere economico di Bill Clinton, oggi guru della finanza mondiale.
Punto di vista opposto: «L'ebraismo italiano, inteso come cultura, pratiche, rituali, usanze, parlate, è un mondo finito». Lo sostiene il saggista David Bidussa: «Resta la lezione culturale che si può trarre da quella esperienza. Un'esperienza interessante non tanto in sé, quanto per la storia delle relazioni tra ebrei e società, per gli scambi che si sono prodotti, i processi di ibridazione che lungo un millennio si sono sviluppati. Siamo rimasti nella Storia non perché ci siamo conservati in forza della nostra esclusione, bensì perché abbiamo continuamente assorbito cose, testi, sollecitazioni. La crisi dell'ebraismo italiano dipende dalla capacità di saper tenere insieme più identità nella stessa persona. Questa è la sfida odierna. E non solo per gli ebrei». Lui che si definisce «un ebreo»: «Non "ebreo italiano" anche se la mia famiglia vive qui da sette generazioni, non tunisino (realtà geografica da cui provengo), non sefardita, alla cui area culturale apparterrei. Non c'è un modo di essere ebrei, né una ricetta per esserlo. C'è la propria storia e questa non la si decide da soli, la si fa con gli altri, specialmente con chi si oppone a te».
FESTIVAL EBRAICI SENZA EBREI
Tesi confermata dai quindici itinerari cultural-turistici pubblicati (Marsilio) da Annie Sacerdoti, napoletana che da 20 anni dirige il Bollettino della comunità di Milano. «Nonostante le deportazioni del '43 e il massiccio arrivo dai Paesi arabi, nonostante l'integrazione dell'ebraismo italiano e la sua poca inclinazione alla ritualità quotidiana, assistiamo a veri e propri miracoli del dialogo. Comunità in estinzione o di fatto scomparse rivivono di un interesse culturale incredibile». Le citazioni sono infinite: Casale Monferrato (meno di dieci ebrei) ripete con grande successo il festival Oj oj oj che dura un mese; situazione identica a Pisa (un centinaio di iscritti); a Pitigliano non esistono più ebrei ma il Pitifestival porta ogni anno migliaia di visitatori; a Trieste la rassegna «Inebrearsi» regala convegni, cinema, musica e teatro... «L'interesse del pubblico non ebraico e l'impegno degli enti locali producono, appunto, un miracolo».
Di miracoli ne vedremo altri. In Meridione, dove non esistono più comunità attive (a parte Napoli) dai tempi dell'Inquisizione. E dove, a Trani, sono «riemersi» alcuni discendenti di marrani tornati alla fede dei padri, con tanto di sinagoga ch'era stata trasformata in chiesa e di nuovo tornata Tempio. Come si vede, l'ebraismo italiano è in rapido mutamento. Anche se alcuni capisaldi della particolare «tradizione» italica resistono. Torino, per dirne uno, comunità-emblema: laica, antifascista, progressista, aperta (scuola e casa di riposo frequentati da non ebrei). Ne è giustamente orgoglioso il presidente Tullio Levi che da trent'anni partecipa alla vita del giornale Ha Keillà, fucina del Gruppo di studi ebraici - in parole povere la sinistra ebraica italiana. «La questione mediorientale e alcuni gravi errori della sinistra hanno spostato il baricentro dell'ebraismo italiano (e non solo) a destra. Ma dagli anni '80 la politica dei Napolitano e dei Fassino ci ha dato una mano a non scomparire». Sperando che non facciano la fine della sinagoga di Asti, di Casale, di decine di altre, splendide, ma ormai unicamente luoghi di memoria. «Ahimè stiamo facendo una bruttissima fine», tuona da commovente teatrante qual è Moni Ovadia: «Noi ebrei ci viviamo quasi esclusivamente in relazione con Israele, israeliani in stand by: qui è più comodo. Indifferenti al mondo, ma non siamo nella Berlino del '35, i perseguitati non siamo noi». S'indigna - lui «vecchio comunista» - e fra un raccontino e una citazione del Talmud urla: «Così si cancella uno dei capisaldi della cultura ebraica, la centralità dello straniero».
Corriere della Sera – MAGAZINE - 21 dicembre 2006